Il compagno di banco

Pomeriggio universitario d’inizio millennio. Sono seduto ad uno dei tavoli disposti lungo il corridoio del dipartimento di storia dell’arte. Senza accorgermene, da oltre mezz’ora sono sprofondato in una “vaudeville mentale” che si va imprimendo sul foglio A4 sul quale, la mente ancora rivolta alla lezione del mattino, avevo pensato di annotare alcune riflessioni sul movimento della Neue Sachlichkeit, e che invece sotto la mia penna biro si sta convertendo nella tavola di un fumetto psicotropo a base di paesaggi carsici e guizzanti anatomie leonardesche. Mentre sono assorto nell’esecuzione di uno dei miei chiaroscuri effetto “grafite di china”, un signore di mezz’età dall’aria distinta si ferma a osservarmi in silenzio all’altro capo del tavolo. Alzo la testa e ricambio lo sguardo con fare interrogativo. Lui abbassa di nuovo gli occhi intenti sul foglio e si siede. Nel corridoio lo scalpiccio e le voci ovattate di un gruppo di studenti che scende le scale si rifrange nell’aria. Come esortato dall’improvviso ritorno della realtà mediato dal rumore, l’uomo si protende verso di me e soggiunge “Sai, mi ricordi tanto un mio compagno di banco del liceo”. “Davvero?” “Sì, ho frequentato il liceo artistico a Pescara. Anche il mio compagno maneggiava la penna come te e a lezione faceva i ritratti dei professori ovunque gli capitasse.” “Curioso. Anch’io riempivo i banchi di disegni e i bidelli non sapevano se incazzarsi o fotografarli prima di passare lo strofinaccio. Come si chiamava il vostro compagno? Vive ancora a Pescara?” L’uomo sorride, si alza e getta un’altra occhiata pensierosa al mio foglio irrorato d’inchiostro, poi, quasi in un soffio, risponde: “Si chiamava Andrea Pazienza”.

 P.S. “Lu Pazzaion” era uno dei miei personaggi creati tra il ’93 e il ’94 sotto l’influsso dei fumetti pazienziani. Essere gretto e impulsivo senza fissa dimora, biascicava un dialetto abruzzese fortemente onomatopeico commettendo atti involontariamente triviali dalle conseguenze catastrofiche.

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