NoMen

Se fosse il proprio nome di battesimo l’unico ricordo mancante, l’uomo svegliatosi in una macchina pericolante sul ciglio di un promontorio, saprebbe ancora trovare una spiegazione al come vi sia finito, al perché le porte siano bloccate e il segno più evidente della presenza dell’uomo, in quello spettrale scenario costiero, sia una colossale piattaforma protesa come un aracnide di metallo sull’orizzonte del mare. Né il telefonino né la radio di bordo lo aiuteranno a salvarsi o a ricostruire la tormentata vicenda che l’hanno portato sul quel precipizio: forse solo nella claustrofobica vastità di una memoria imprigionata nelle segrete della mente, gli sarà possibile ritrovare quel nome che avrà il potere di riaprire le porte di un’anima dilaniata.

Volo pindarico, metaforico e letterale, che trova la sua ragion d’essere nel far collidere il presente di un ecosistema, quello della Costa dei Trabocchi in Abruzzo, minacciato dall’avanzare dello sfruttamento petrolifero, con un passato di fascinazioni paniche e mortifere come quello celebrato nelle pagine del “Trionfo della Morte” di D’Annunzio, “NoMen” non è solo un cortometraggio: è anche e soprattutto una novella “multimedianica” scritta sul diario intimo di un navigante in balìa dei marosi di un tempo senza più coordinate o approdi certi. Un tempo senza più nomi né uomini in grado di ricordare i drammi e gli amori che li hanno resi parole chiave di un mondo ancora abitato da passioni condivise senza bisogno di connessioni e reti wifi.

Dopo aver lavorato con una troupe di venti persone per il mio lungometraggio “Edonism” girato a Tokyo nel 2010, ho avvertito l’esigenza di tornare alla dimensione più intimista del cortometraggio, un “luogo mentale” dove il processo di restituzione visiva dell’idea originaria è molto più agevole e fluida in assenza di quei continui sebbene piccoli aggiustamenti di mira e compromessi che possono invece presentarsi in un lavoro collettivo. Alcuni registi, come il polacco Zulawski, hanno abbandonato il cinema in favore della letteratura per una forma di rivalsa contro quella logorante trattativa tra la propria integrità poetica e le molteplici esigenze di produttori, attori e tecnici che, in definitiva, costituisce la realizzazione di un film. Lo stesso è accaduto con Alejandro Jodorowsky, (che ho conosciuto di persona a Roma nel 2004 durante la presentazione della sua autobiografia) quando in risposta al naufragio della pre-produzione di “Dune” riversò molte delle idee di quel progetto nella serie a fumetti de “L’Incal” disegnata da Moebius. In un certo senso trovo che girare cortometraggi, specie in solitaria come per “NoMen”, sia il più gratificante equivalente della scrittura di una novella o un fumetto che prende vita grazie al sortilegio della tenacia immaginativa. Anzi, con quest’ultimo lavoro desideravo sfatare quella convinzione (che mi sembra stia tornando in auge) secondo la quale per girare un corto degno di questo nome occorrano finanziamenti e un gruppo di persone più o meno qualificate. L’unico elemento che non deve mai essere limitato in un progetto low budget è l’audacia dell’idea. Quando si è in grado di concretizzare da soli su video la più intima delle visioni, allora si è anche capaci di condividerla con una squadra che saprà esattamente come elaborarla per un’opera di più ampio respiro. Se un film si limita ad essere solo il risultato di una coordinata sinergia di professionalità assortite, quasi certamente si otterrà un prodotto tecnicamente ineccepibile ma artisticamente debole e disonesto. Volevo dimostrare, in altre parole, che nell’era di Vimeo, Youtube e delle videoreflex a basso costo, fosse finalmente possibile narrare da soli una storia per suoni e immagini che sulla carta risultasse irrealizzabile da una singola persona, conservando lo stesso controllo assoluto del pittore armato soltanto di colori e pennelli di fronte ad una tela bianca.

Per  “NoMen” si è reso indispensabile l’esclusione di qualsiasi altra figura al di fuori dell’attore-regista-produttore interscambiabile, nella sua valenza tripolare, con le diverse personalità in cui si diffrange il personaggio stesso, isolato all’interno di un universo deumanizzato imploso nella segreta della sua psiche e dell’abitacolo della macchina da lui programmata.

All’inizio del 2013 avevo cominciato a coltivare il proposito di omaggiare a mio modo il 150° anniversario della nascita di d’Annunzio, autore che insieme a Poe, Lovecraft, Joyce e Pasolini ha avuto un ruolo preminente negli anni della mia educazione estetica. Sentivo però che, rispetto ai tempi in cui leggevo “Il Piacere”, “Il fuoco”, “La città morta” e “Il Trionfo della Morte”, la mia sensibilità aveva ormai intrapreso percorsi distanti da quella estetizzante e decadentista del pescarese, portandomi a riconsiderare sotto un’ottica critica più smaliziata quel mitizzante rapporto panico con il paesaggio abruzzese che d’Annunzio aveva esaltato nella sua prosa lussureggiante. Anche se non avevo ancora scritto neppure l’abbozzo di un soggetto, quando ad aprile tornai nei pressi dell’Eremo di San Vito fui tentato di chiedere l’autorizzazione per girare nella stanza da letto in cui d’Annunzio e Barbara Leoni avevano trascorso il loro idillio erotico nel 1889. Quel pomeriggio però trovai l’eremo chiuso. Tornai così indietro con la memoria all’ultima volta in cui avevo visitato l’abitazione. In occasione della serata degli amici dannunziani del 1998 avevo infatti esposto una serie di disegni e dipinti dedicati a d’Annunzio e al “Trionfo della Morte” nel giardino dell’eremo.

Mi ricordai allora che durante quell’evento il giornalista Rai Everardo dalla Noce, uno degli invitati della serata, aveva osservato come il mio stile pittorico gli apparisse irrisolto tra una classica impostazione figurativa e una surrealista. Pensai che avrei dovuto conservare quell’antilogia anche nell’impianto del nuovo film. Alla veduta del mare dal balcone della stanza da letto preferii pertanto quella dal promontorio della contrada di San Fino dove avrei potuto giustificare meglio la presenza di un’auto in bilico, sostituendo l’immagine del trabocco di Punta Turchino descritto nel romanzo nel suo “analogo morfologico” della piattaforma sormontata dalla torcia atmosferica, diretta allusione a quella di Ombrina Mare 2.

NoMen

Fu solo alla fine di questa catena di associazioni e di sovrapposizioni che compresi come il soggetto dovesse riguardare quella nausea esistenziale, generata nel romanzo dall’incapacità del protagonista di innalzarsi al di sopra della sfera dell’umano, che nel corto si sarebbe concretizzata nella completa solitudine di un uomo vittima di amnesie temporanee, ghettizzato da un alter-ego che ha deciso inconsciamente di distruggere quello stessa tecnologia che lo confortava dell’illusione di dominio sulla natura e di conseguenza sui suoi simili. Per sopperire all’oggettiva impossibilità di girare i flashback in cui Giorgio Auri e la sua gatta Ippolita appaiono sulla piattaforma, mi sono affidato alla tecnica del fotomontaggio narrativo in una vena simile a quella adottata nel 1962 da Chris Marker per “La Jetee”, il cortometraggio di fantascienza composto da foto scattate con una Pentax Spotmatic che ha ispirato “l’esercito delle 12 scimmie” di Gilliam e che gli è valso l’inserimento tra i 100 film più importanti della storia del cinema nella classifica di “Sight & Sound”. Avendo realizzato tutte le foto e i filmati con la stessa reflex mi sono sentito oltremodo obbligato a dedicargli “NoMen” ad un anno dalla sua scomparsa. Per la sequenza del videomessaggio salvato sulla memoria del tablet ho volutamente citato la fotografia dei monologhi del colonello Kurtz da “Apocalypse now”: Kurtz/Brando rappresenta la nemesi folle e romantica del capitano Willard, allo stesso modo in cui il Giorgio Auri lo incarna rispetto al suo Ego privo di memoria. In questa anti-conversazione che si sviluppa tra i tre doppelgänger della mente (Willard-Kurtz-Aurispa) nella divaricazione dello spazio e del tempo generata dalla riproducibilità digitale, il solo dato sensibile resta un nome relativo all’ultimo legame affettivo del protagonista. Nome che, significativamente, non appartiene ad un essere umano. Da qui la rivelatrice ambivalenza “anglo-latina” del titolo.

(Estratto dell’intervista rilasciata al sito Videomakers.net nel 2014)